È iscritto a parlare il senatore Fornaro. Ne ha facoltà.

FORNARO (PD). Signor Presidente, colleghi, rappresentante del Governo, credo che non sfugga a nessuno la delicatezza e l’importanza del passaggio parlamentare per l’approvazione di una nuova legge elettorale, in conseguenza della sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014, che – come tutti ricorderanno – aveva dichiarato incostituzionali alcune parti del cosiddetto Porcellum, ponendo al legislatore – questo è un aspetto che vorrei sottolineare – in estrema sintesi due questioni ineludibili. Da un lato c’è l’individuazione di un livello di disproporzionalità compatibile con la Costituzione, ovvero, più semplicemente, soglie minime per l’attribuzione del premio di maggioranza e soglie di sbarramento per l’accesso al Parlamento; in altri termini, quanta rappresentanza può essere sacrificata sull’altare della stabilità delle maggioranze di Governo nel rispetto della Costituzione stessa. Dall’altro lato, però, c’è la necessaria individuabilità dei candidati da parte degli elettori, il cosiddetto tema delle liste bloccate lunghe, dichiarate giustamente incostituzionali.

Ferma restando l’esigenza condivisibile di ricercare il più vasto schieramento possibile per approvare la nuova legge elettorale, è altrettanto utile ed importante – credo – che sia raccolto l’invito del presidente emerito della Corte costituzionale Gaetano Azzariti (invito che ha rivolto durante la sua audizione in Commissione affari costituzionali), affinché – cito le sue parole – si discuta in sede parlamentare e si abbandonino i toni ultimativi. La classe politica infatti – credo che ci debba essere in tutti noi questa consapevolezza – non può permettersi di incorrere di nuovo in errore. (Brusio).

Signor Presidente, le chiederei che non ci fossero proprio i capannelli.

 

PRESIDENTE. Senatore Crimi, la prego, se ci sono delle riunioni da fare… (Commenti dal Gruppo M5S).

 

MONTEVECCHI (M5S). Vergognati!

 

CRIMI (M5S). Dobbiamo lavorare!

 

PRESIDENTE. Vedo dei capannelli, mentre il senatore Fornaro sta parlando. Non si danno le spalle a chi sta parlando. (Commenti dal Gruppo M5S).

 

MONTEVECCHI (M5S). Tanto al colle non ci sali!

 

PRESIDENTE. È una questione di rispetto nei confronti di chi parla.

Prego, senatore Fornaro.

 

FORNARO (PD). Io credo e credo di averlo dimostrato ieri…

 

CRIMI (M5S). Per rispetto del senatore Fornaro, signor Presidente, ci dovrebbe far lavorare e concederci un’ora di sospensione. Non possiamo ascoltare il senatore Fornaro e contemporaneamente lavorare sui subemendamenti. Ce ne dovremmo andare tutti e lui resterebbe da solo in Aula.

 

PRESIDENTE. Si può fare sottovoce questo lavoro. Non facciamo questioni inutili.

 

SANTANGELO (M5S). Ma dove arrivi?

 

BLUNDO (M5S). A chi parla?

 

PRESIDENTE. La prego, senatrice Blundo.

Prosegua, senatore Fornaro, la ascoltiamo.

 

FORNARO (PD). Per fortuna ci sono i Resoconti!

Come è noto, l’impianto della legge elettorale (il cosiddetto Italicum) approvata alla Camera in primavera (soglia per il premio di maggioranza al 37 per cento, ballottaggio con premio fino al 52 per cento dei seggi, soglia d’ingresso per i partiti fuori coalizione dell’8 per cento e dell’4,5 per cento dentro le coalizioni, 100 collegi con capolista bloccato e i restanti selezionati con le preferenze) è stato successivamente e ampiamente superato da accordi tra i partiti di Governo e con Forza Italia. Accordi che ora trovano – credo – una parziale traduzione negli emendamenti al testo, ma soprattutto dovranno trovare la piena condivisione dei contraenti in Aula con le incognite, ad esempio, del premio alla lista piuttosto che alla coalizione.

Rispetto alle nuove soluzioni proposte, certamente l’innalzamento della soglia per il premio di maggioranza al 40 per cento (con assegnazione al vincitore del 55 per cento dei seggi, anziché il 52), e l’abbassamento della soglia di sbarramento al 3 per cento costituiscono miglioramenti significativi, anche rispetto alla ricordata sentenza della Corte. Restano, però aperte – e va sottolineato – alcune questioni di significativa rilevanza politica e costituzionale, su cui testardamente speriamo vi possa essere ascolto adeguato anche in quest’Aula.

L’introduzione dei capilista bloccati in luogo delle tanto deprecate e deprecabili liste bloccate non rappresenta una soluzione soddisfacente rispetto innanzi tutto – e vorrei sottolinearlo – alle questioni di costituzionalità poste dalla Corte, e pone seri dubbi anche sotto il profilo politico-istituzionale. Per come è congegnato il sistema, infatti, non è possibile determinare in partenza il numero di eletti indicati dai partiti e sottratti quindi al giudizio degli elettori (i cosiddetti nominati). Un limite grave che rischia di portare a una nuova censura della Corte, con buona pace degli accordi di maggioranza e del cosiddetto suddetto patto del Nazareno 2.0.

Ho provato a elaborare una simulazione, prendendo come base di riferimento gli ultimi sondaggi elettorali. Ebbene, il risultato è chiaro: 375 sarebbero i capilista bloccati, e quindi nominati, pari a circa il 62 per cento, e 243 eletti con le preferenze nei 100 collegi. Infatti, mentre la lista vincente certamente elegge, oltre ai 100 capilista, anche gli altri 240 attraverso la selezione dei cittadini con le preferenze (con un’incidenza accettabile di nominati pari a circa il 29 per cento), sul fronte delle minoranze che si dividono i rimanenti 277 seggi, per riuscire ad eleggere un deputato con le preferenze bisogna ottenere una percentuale di circa il 20 per cento, cioè un numero di deputati superiore a 100; sotto questo livello sono eletti unicamente i capilista. Si avrebbe, cioè, sia una dipendenza inaccettabile dal volere del capo-partito sia una violazione del principio generale di uguaglianza tra i candidati di una stessa lista (che vedrebbe convivere un capolista bloccato e altri candidati soggetti invece al giudizio delle preferenze), oltre ad una violazione del principio di ragionevolezza per la mancata definizione del rapporto tra eletti, ovvero nominati, ed eletti dai cittadini con preferenze.

Se si accede alla convinzione che possa essere fisiologica, e quindi accettabile in democrazia, una quota di eletti che vengono scelti direttamente dai partiti, allora – lo ribadisco – vi possono essere soluzioni alternative al modello dei capilista bloccati. Detto in altri termini, vi sarebbe la possibilità – senza stravolgere l’impianto dell’Italicum – di rendere conciliabile questa esigenza, con quella – altrettanto importante – di avvicinare il più possibile l’eletto all’elettore (un’arma utile contro il dilagante astensionismo).

Con spirito costruttivo, e nel merito della questione, come siamo soliti fare, vorrei provare a riproporre anche in Aula una possibile soluzione che ho già presentato nel corso dei lavori della Commissione.

In estrema sintesi, il modello potrebbe essere quello di suddividere il territorio nazionale in 26 circoscrizioni, a cui sono assegnati, ovviamente sulla base della popolazione residente all’ultimo censimento: 155 seggi da attribuire su liste di circoscrizione plurinominali bloccate, pari al 25 per cento del totale; 463 seggi (di cui uno alla Valle D’Aosta) da attribuire suddividendo le circoscrizioni in collegi plurinominali con preferenze (con liste aventi obbligatoriamente tre candidati con presenza di entrambi i generi oppure quattro candidati con due uomini e due donne).

L’elettore esprimerebbe quindi il suo voto unicamente sulla scheda relativa ai collegi plurinominali, votando il simbolo del partito prescelto, con la possibilità di dare una preferenza (oppure due, con indicazione obbligatoria di entrambi i generi).

Sottolineo che con questa soluzione si ovvierebbe anche al problema di un ragionevole numero di pluricandidature, perché questa possibilità potrebbe essere limitata alle sole liste circoscrizionali bloccate, mentre l’ipotesi prospettata di 10 pluricandidature di collegio rappresenterebbe un vero e proprio esproprio del diritto di scelta dell’elettore del proprio rappresentante, soprattutto per i partiti minori, oltre – lo sottolineo con forza – la possibile violazione del principio dell’uguaglianza del voto all’entrata, ovvero il medesimo valore al momento del voto: chi vota un partito piccolo avrebbe la certezza quasi matematica che il suo voto di preferenza non sarebbe assolutamente utile ai fini della determinazione degli eletti del suo partito.

Non convince, infine, la dimensione dei collegi, ovvero il loro numero: l’ipotesi ancora, mi pare, confermata degli emendamenti presentati ieri notte dei 100 collegi contro i 475 del Mattarellum, ovvero 600.000 abitanti circa contro 125.000. Una dimensione eccessiva che farebbe svanire il fondamento positivo del sistema dei collegi, ovvero la piena riconoscibilità dei candidati da parte dell’elettore richiesta dalla Corte costituzionale e soprattutto porterebbe con sé il rischio di eccessi di spesa nella campagna elettorale, che sono una componente non marginale delle cause dell’elevato tasso di corruzione nella vita pubblica italiana.

In definitiva, con un modello misto (listini bloccati circoscrizionali e collegi plurinominali) si otterrebbero diversi benefici: un numero fisiologicamente accettabile in una democrazia di cosiddetti nominati (il 25 per cento); la ridotta e uniforme dimensione dei collegi (125-130.000 abitanti circa contro i 600.000 dei 100 collegi dell’Italicum), unita a liste di candidati corte, che consentirebbe la piena riconoscibilità dei candidati; un costo delle campagne elettorali alla portata di tutti i competitori limitando i rischi di inquinamento del voto; la possibilità di una sana competizione interna alla lista di collegio (correnti e territori), con incentivi alla rappresentanza di genere con la doppia preferenza.

A voler testardamente insistere sui capilista bloccati si rischia, invece, seriamente di cozzare ancora una volta contro l’iceberg della Corte costituzionale e della Costituzione italiana e di sprecare una grande occasione: quella di approvare una legge elettorale largamente condivisa e quindi destinata a durare nel tempo.

Non siamo lontanissimi da questo obiettivo – mi rivolgo al sottosegretario Pizzetti, che so attento e partecipe a questa fase – ma per raggiungerlo occorre ancora affrontare e risolvere il tema dei capilista bloccati, della dimensione dei collegi e delle pluricandidature.

C’è ancora tempo, sottosegretario Pizzetti, prima di compiere passi nella direzione di un Porcellum dimezzato. Questioni certamente non semplici, ma neppure impossibili se si vorrà far prevalere nella discussione parlamentare non interessi particolari di parte – pur legittimi – e si lavorerà tutti a costruire – mi rivolgo anche ai colleghi delle opposizioni, del Movimento 5 Stelle e della Lega – un campo di gioco con regole condivise per dare piena attuazione alla democrazia dell’alternanza.

Se invece prevarrà semplicemente la tentazione di trasportare meccanicamente accordi politici, negando il diritto-dovere dei senatori ad entrare nel merito della legge elettorale per cercare di migliorarla, allora deve essere chiaro che, per molti di noi, potrebbe prevalere su altre valutazioni il sacro rispetto laico e democratico della Costituzione italiana e degli impegni assunti di fronte agli elettori nel 2013 sul tema dei capilista e delle liste bloccate. Sono fiducioso che alla fine prevarrà il buonsenso ed il rispetto dei Regolamenti e della dialettica parlamentare. (Applausi dal Gruppo PD).