PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fornaro. Ne ha facoltà.

FORNARO (PD). Signor Presidente, molti di noi voteranno la fiducia pur rimanendo critici sul metodo, scelto dal Governo, dello strumento della fiducia sulla legge delega e sulla scelta di questi tempi.
Rimaniamo critici anche nel merito. Il maxiemendamento, come dirò dopo, accoglie alcune nostre proposte emendative ma presenta ancora limiti ed eccessivi spazi di genericità. Come sempre è capitato ai riformisti di sinistra, saremo attaccati e criticati sia dalla nostra sinistra che dalla nostra destra. Le accuse ci sono note: arrendevoli e compromissori per i primi; conservatori e veteronostalgici per i secondai. Noi, però, non siamo né arrendevoli né conservatori.
Noi vogliamo, al contrario, portare il nostro contributo all’impresa ciclopica di portare il nostro Paese fuori da questa crisi epocale.
Vorremmo farlo senza, però, tradire i valori fondanti del nostro agire politico, innovando per competere in un mondo globale, senza far pagare solo ai più deboli gli effetti dei cambiamenti nei fattori di competitività internazionale.
Per noi la dignità del lavoro non è un simbolo del passato, una bandiera lacera, ma il fondamento di una moderna società.
Guardare al futuro con coraggio e speranza non è per noi incompatibile con l’essere consapevoli da dove veniamo e chi rappresentiamo. Il lavoro è nel DNA della sinistra italiana. È stata ed è la ragione d’essere dell’idea stessa di progresso e di libertà civile. A chi oggi guarda la difesa dei diritti dei lavoratori come un ferro vecchio della vecchia politica vorrei ricordare che noi non dimentichiamo da dove veniamo e soprattutto sappiamo dove vogliamo andare. Non fu un caso, infatti, che il progenitore di tutti i partiti della sinistra, quello che fu fondato a Genova nell’ormai lontano 1892, si chiamasse Partito dei lavoratori italiani. Così come non fu un caso che il punto più alto della stagione riformatrice del centrosinistra sia stato, nel 1970, lo Statuto dei lavoratori. Ecco perché abbiamo trovato vecchio – questo sì – rivolto al passato e non al futuro, l’uso ideologico e propagandistico dell’articolo 18, della sua presunta abolizione; un articolo 18 divenuto spartiacque tra bene e male, tra passato e modernità: niente di più falso.
«Oggi si fa un gran dire del fatto che l’organizzazione delle imprese – è una citazione – ha bisogno di massicce dosi di flessibilità, e questo è sicuramente vero. Ma troppo spesso si pone l’accento sulla flessibilità del rapporto di lavoro e magari si arriva diritti alla richiesta di una maggiore libertà di licenziamento. In realtà, la flessibilità produttiva che oggi è imposta dalla tipologia dei mercati riguarda in primis l’organizzazione dell’impresa. Altro che articolo 18 dello Statuto dei lavoratori! La verità è che, come spesso accade, qui da noi ci si attardi in battaglie di retroguardia e che magari la colpa dell’inefficienza alla fine ricade su chi colpa non ha. Non serve, e sarebbe bene che se ne prendesse coscienza una volta per tutte, eliminare l’articolo 18 se poi le nostre aziende continuano ad essere organizzate ed amministrate come nel secolo scorso». A scrivere queste belle parole, nel 2002, non è stato un pericoloso sindacalista rivoluzionario. Si tratta di Giuliano Amato.
Il Paese esce dalla crisi con più coesione sociale, con più innovazione, più ricerca, e non con meno diritti. L’Italia esce dalla crisi ricucendo le lacerazioni nel tessuto sociale prodotte dalla recessione, e non allargandone le maglie, amplificando le distanze. Non si esce da questa crisi umiliando i corpi intermedi, umiliando le rappresentanze dei lavoratori.
Al contrario, abbiamo bisogno di una grande alleanza del lavoro: imprese e lavoratori insieme allo Stato. Altro che sterili conservatrici battaglie per la distruzione dell’articolo 18 come una sorta di panacea di tutti i mali! Riconosciamo al Governo e al ministro Poletti di aver compiuto alcuni passi in avanti.
In particolare, nel maxiemendamento è stata esplicitata la volontà di superare le forme di assunzioni precarie. È stata manifestata la volontà di dare centralità al lavoro a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente rispetto alle altre tipologie contrattuali. È stato definito che, a fronte dei processi di ristrutturazione, l’eventuale cambiamento delle mansioni debba tutelare anche la condizione economica dei lavoratori. È stata infine circoscritta l’estensione dell’uso dei voucher, al fine di evitare l’aumento esponenziale di nuovo lavoro precario. Sono passi in avanti che consideriamo significativi, seppure non totalmente sufficienti.
Siamo certi che alla Camera si potranno fare ulteriori progressi nella direzione che noi riteniamo giusta: quella di una maggiore tutela di tutti i lavoratori, vecchi e nuovi. In particolare, manca e continua a mancare una definizione più precisa di cosa si intenda per contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. I nuovi assunti a tempo indeterminato vedranno, quindi, ridotte – e questo è il rischio che segnaliamo – le proprie tutele rispetto ai vecchi assunti, in una misura e per un tempo non definiti. È un doppio binario che noi non riteniamo né moderno né funzionale allo sviluppo del Paese.
I lavoratori sono una risorsa per l’impresa, non sono un intralcio, come è parso leggere in queste settimane. Questa affermazione era vera nella società fordista, ma lo è ancora di più, se possibile, nella società della conoscenza in cui viviamo. La lotta alle precarizzazione della vita, la difesa del diritto di un’intera generazione a poter progettare il proprio futuro; questo è il terreno vero di una battaglia riformista, non certo quello della libertà di licenziamento, nella fallace idea che il mercato sia capace di allocare correttamente le risorse umane. A questa battaglia vogliamo dare e daremo il nostro contributo in Parlamento e nel nostro partito.
Concludo il mio intervento con la citazione di un altro riformista, di uno dei padri dello statuto dei lavoratori. Una riflessione che sembra scritta oggi. Sono parole di Gino Giugni, scritte nel 2007, che credo oggi siano più che mai attuali. «Al di là della retorica e dell’ideologia dei facili sloganla flessibilità deve servire per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, ma deve avere dei limiti chiari, deve essere connessa con un sistema di controlli e contrappesi, non può essere evocata come fosse una parola magica che risolve tutti i problemi. Per esempio, l’aumento del periodo di prova non può condurre ad una situazione in cui mai sia conveniente fare assunzione a tempo indeterminato, altrimenti, si ha solo sfruttamento. Se si moltiplicano le tipologie contrattuali a dismisura, se si continua a parcellizzare la produzione attraverso la proliferazione dei lavori in appalto, avremo ben presto un sistema interamente basato sulla precarietà e un tipo di modernità di cui nessuno ha bisogno».
Gino Giugni 2007.
Chiudo perché ritengo che con queste motivazioni molti di noi voteranno dunque la fiducia. La voteranno, lo dico con grande forza, a schiena diritta. Voteranno la fiducia come atto di responsabilità verso il Paese, che non ha bisogno di una crisi di Governo. Votiamo come atto di responsabilità, con l’impegno, che ribadiamo anche oggi, di continuare a lavorare per uscire da questa crisi, per difendere la dignità del lavoro e per estendere i diritti dei lavoratori, vecchi e nuovi, in una prospettiva di crescita e di maggiore eguaglianza sociale. (Applausi dai Gruppi PD e Misto-SEL e dai banchi del Governo).